spettacolo precedenteLa madre dei gatti spettacolo sucessivo

 

Lo spettacolo inizia e finisce nel folclore, con un brindisi e un canto. Ma non è uno spettacolo sul folclore milanese. In mezzo, c’è quel che il folclore nasconde. A squarciarne il velo sono le parole di Alda Merini, il modo in cui la sua poesia rievoca senza inflessioni dialettali le osterie milanesi e un nome amato, scritto in oro come in una cattedrale.
Scalino dopo scalino, lo spettacolo procede dalla farsa al dramma, e dal dramma alla tragedia, quasi sempre cantando. Attraversa la “ligera” e le canzoni milanesi di Ivan Della Mea; si ferma per allestire una farsa blasfema di Carlo Porta; indugia davanti ad un’assassina azzoppata ed ai dettagli di una ubriacatura.
Ma quando arriva proprio nel fondo, nella fossa, lo scenario non è più Milano - el nost Milan - ma lo spazio incandescente del dolore: una madre, un manicomio, un gatto.
Il cerchio iniziato dalle parole della Merini si è saldato: si torna al folclore. Come se quello che è abbiamo visto non fosse vero, e fosse accaduto nello spazio di un brindisi, fra il primo sorso e il vino che resta nel bicchiere, davanti ad una sedia vuota.

Note di regia

“La madre dei gatti” è un’esplorazione di un mondo che ci appartiene e che al tempo stesso ci è ormai lontano: quello delle radici più profonde di Milano. Avevamo cominciato ad esplorarlo nel corso del lavoro per il nostro spettacolo sui canti popolari, E d’ammuri t’arricuordi. Abbiamo poi ripreso il lavoro sulla cultura milanese costruendo materiali a partire non solo da Carlo Porta o dalla Merini, ma anche dalle canzoni musicate da Fiorenzo Carpi a partire da testi di Dario Fo, o dai testi di Giovanni Barrella che fu attore, commediografo, poeta e pittore nella Milano degli anni Quaranta e Cinquanta, dai canti di quel sottoproletariato milanese degli anni Sessanta, fatto di osterie, di alcolismo, di prostituzione, di disagio, e di “ligera”, la malavita milanese. E poi dalle interpretazioni di Milly, dalle canzoni di Iannacci e di Ivan della Mea.
Ci è sembrato che, tutte insieme, queste canzoni, queste poesie, questo dialetto costituissero qualcosa di molto simile ad un inconscio collettivo: un mondo in cui si fondevano linee apparentemente opposte, temi popolari “autentici” e invenzioni “d’autore”, esplorazioni “politiche” del dialetto o del sottoproletariato, e creazioni apparentemente “spontanee”, e comunque anonime.
Ci è sembrato che dentro questo mondo potessero convivere perfino la naturale comprensione di chi condivide con noi questo mondo e questo dialetto e la difficoltà a comprendere, la lentezza a capire di chi non la condivide, e inciampa su ogni parola. Abbiamo cercato di fare uno spettacolo che riguardasse entrambe le categorie.

con il contributo di: Regione Lombardia- Next 2007

La stampa:

[…] Lo spettacolo si muove felpato, sornione, fa le fusa allo spettatore, ma, improvvisamente, lo graffia, violentemente, al viso e soprattutto nell’anima.
[…] Un trittico tenuto insieme dal collante magico del folclore: … musiche, balli e canti […] che accompagnano lo spettatore nell’escalation dalla farsa al dramma e da questo alla tragedia. […] spettacolo anche sottilmente politico, piega il folclore a manifesto di un teatro necessario perché attraversato da forze e da pulsioni che incidono sulla Storia.
[…] divertentissimo e profondo, straziante e vivace al tempo stesso, benissimo recitato dai tre interpreti, ci riporta a un mondo che la modernità ha spazzato via in nome del progresso, ma che il teatro riporta in vita per brindare con lui alla sua scomparsa.
Andrea Frambrosi - L’Eco di Bergamo

“una menzione particolare a “La madre dei gatti”, il nuovo spettacolo del Teatro tascabile di Bergamo … canzoni e pezzi di teatro raccontano in vari quadri (coi bravissimi Tiziana Barbiero, Luigia Calcaterra, Alessandro Rigoletti) un passato e un mondo che sentiamo come nostro: le canzoni della mala, le parole di Alda Merini e Carlo Porta, storie di osteria e melodie popolari. Un patrimonio che ci viene restituito per dare dignità alla parola identità.”
Anna Bandettini – La Repubblica

 

 
 
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